Gli antichi manoscritti

I testi dell’Antico e del Nuovo Testamento furono copiati e ricopiati a mano migliaia di volte. Molti manoscritti, sia gli originali che le copie, andarono persi, si consumarono con l’uso o furono distrutti a causa delle frequenti persecuzioni. Inoltre, per quanto riguarda l’Antico Testamento, i manoscritti consumati dall’uso o con le parole sbiadite (gli ebrei usavano baciare le prime e le ultime parole del brano che leggevano) dovevano essere distrutti per non cadere in mani profane. Comunque sono tanti i manoscritti o frammenti giunti sino a noi.

Anticamente gli scritti venivano arrotolati e detti appunto rotoli. Più tardi si cominciò a scrivere su veri e propri libri di pergamena (o papiro) detti codici.

I Manoscritti più importanti

Il Codice Sinaitico (Codice S). Nel 1844 il biblista tedesco Costantino Tischendorf, in visita al Monastero di S. Caterina, sul Sinai, riuscì a salvare una cesta piena di fogli di pergamena destinati al fuoco. Nei successivi viaggi, nel 1853 e 1859, scoprì ancora altro materiale prezioso. Il codice sinaitico contiene tutto il N.T. e parte dell’A.T. nella versione dei settanta. Il codice fu donato allo Zar Alessandro II, dietro versamento di una cospicua donazione di 9 mila rubli equivalente a 33.750 lire del 1869. Conservato a San Pietroburgo fino al 1933, fu acquistato dal British Museum di Londra per la somma di 100 mila sterline (circa 2 milioni di lire del 1933). Risale al IV sec. d.C. (375).
Intermezzo di lettura suggerita: Salmo 119:98/104
Il Codice Vaticano (Codice B). Il nome deriva dal fatto che la Biblioteca Vaticana lo possiede da tempo immemorabile (compare nel catalogo vaticano fin dal 1475). È considerato la più antica copia integrale (o quasi) della Bibbia; contiene la Bibbia da Genesi 46:28 a Ebrei 9:4, esclusi i salmi da 106 a 108. Nel 1809, fu portato in Francia da Napoleone, assieme ad altri tesori letterari ed artistici. Restituito alla Biblioteca Vaticana fu conservato così gelosamente che non fu concesso studiarlo neppure agli esperti. Infine Pio IX fece fare delle copie che mise a disposizione degli studiosi. Si pensa sia stato scritto in Egitto nella metà del IV sec. d.C.
Il Codice Alessandrino (Codice A). Fu presentato al patriarca di Alessandria d’Egitto (dalla quale prende il nome) nel 1098, contiene tutta la Bibbia, compresi gli apocrifi. Mancano una quarantina di fogli: 9 dei salmi, 25 di Matteo ed altri. Risale al V sec. d.C. ed è conservato al British Museum di Londra dal 1628.
Il Codice di Efrem (Codice C). Inizialmente doveva contenere tutta la Bibbia, oggi si conservano soltanto 209 fogli con parti sia dell’Antico sia del Nuovo Testamento. Risale al V sec. d.C., ma intorno al XII sec. i fogli di pergamena furono raschiati per copiare alcuni scritti di un certo Efrem il Siro (da cui prende il nome). Per decifrare lo scritto originale, nel 1843, Tischendorf dovette fare uso di reagenti chimici che, purtroppo, con il tempo, hanno annerito e resa illeggibile la pergamena. Oggi è possibile leggere il testo con l’uso dei raggi ultravioletti. Da Costantinopoli il codice fu portato prima a Firenze e poi a Parigi, dove è conservato nella Biblioteca Nazionale.
Il Codice Beza (Codice D). Scritto in greco e latino, contiene i vangeli e gli atti degli apostoli. Deve il suo nome al fatto di essere appartenuto al riformatore Teodoro di Beza, discepolo prediletto di Calvino e direttore dell’Accademia Teologica di Ginevra. Nel 1581 fu donato all’Università di Cambridge, dove è attualmente conservato.
Il papiro P52. È il più antico frammento di manoscritto del N. T. e risale al 125, contiene su un lato Giovanni 8:31/33 e sul retro i versi 37 e 38 dello stesso capitolo. Il ritrovamento di questo frammento prova che, il Vangelo di Giovanni, benché scritto in Asia verso la fine del I secolo, era già conosciuto nella valle del Nilo, da cui proviene il P52, verso il 120–130.
Intermezzo di Lettura: Salmo 119:105/112

I rotoli del Mar Morto (o manoscritti di Qumran)

Nel periodo a cavallo tra la fine del millennio a.C. ed il 68 d. C. (anno della conquista da parte dei romani), sulla costa nord occidentale del Mar Morto viveva una comunità di tipo monastico: gli Esseni; una setta ebraica che seguiva una dottrina ascetica e di purezza. All’arrivo delle legioni romane è possibile che siano fuggiti, lasciando ben nascosti gli scritti in loro possesso.
Quasi due mila anni più tardi, nella primavera del 1947, un ragazzo beduino, appartenente ad una tribù di pastori, accampata nei pressi della sorgente, stava rincorrendo una capra, mentre lanciava sassi, uno di questi imboccò l’apertura a metà crollata di una delle numerose grotte della zona. Alle orecchie del ragazzo giunse un suono come di cocci infranti, spaventato scappò via, ma poi incuriosito tornò insieme ad un altro ragazzo per esplorare la grotta. Entrati trovarono una serie di giare, alcune in piedi ben ordinate e ben coperte, altre cadute per terra o rotte. All’interno, avvolti in stoffa e ricoperte da un materiale simile alla pece o alla cera, c’erano dei rotoli di pergamena, ancora ben conservati.
Le ricerche durate circa 10 anni, nelle 11 grotte di Qumran, portarono alla luce una notevole quantità di reperti. È stato ritrovato (rotoli interi o frammenti) tutto il canone ebraico protocanonico, ad eccezione del libro di Ester, oltre ad altri scritti, tra cui le regole della Comunità di Qumran. Il rotolo più famoso è quello di Isaia, trovato nella prima grotta (rotolo A), che misura mt. 7,34 X cm. 26 è formato da 17 pezzi di pelle cuciti assieme. In seguito fu trovato un secondo rotolo (frammentario), di Isaia (rotolo B).
I rotoli del Mar Morto hanno confermato l’accuratezza e la fedeltà con cui i Masoreti stabilirono il canone dell’Antico Testamento. I rotoli di Qumran sono conservati a Gerusalemme.
Il frammento 7Q5. Tra i reperti della grotta n. 7, il gesuita spagnolo Joseph O’Callaghan, ritiene che sia stato trovato un frammento del Vangelo di Marco 6:52-53: “In realtà non avevano ben capito il fatto dei pani perché il loro cuore era indurito. E avendo attraversato il lago verso terra giunsero a Genesaret e sbarcarono”. Se l’ipotesi fosse esatta, si tratterebbe del più antico reperto del N.T. e dimostrerebbe che i Vangeli sono stati scritti subito dopo la morte di Gesù.
Intermezzo di Lettura: Salmo 119:129/136

Le regole dello scriba

Gli antichi scrivani hanno copiato i testi sacri con grande accuratezza, dovuta sia al grande rispetto che essi avevano verso gli scritti sacri e sia alle regole rigorosissime imposte allo scriba:
Il rotolo dev’essere fatto di pelle d’animali puri, preparato per l’uso speciale della sinagoga, da un israelita e non da un gentile. I pezzi di pelle devono essere uniti l’uno all’altro per mezzo di corde di tendini d’animale puro.
Il manoscritto originale dev’essere antico e riconosciuto autentico.
Ogni pergamena deve contenere un numero di colonne sempre uguali per tutto il codice. La lunghezza di ogni colonna non deve essere inferiore a 48 linee né superiore a 60. Nella larghezza non deve contenere più di trenta lettere.
Il codice dev’essere prima rigato e se lo scriba scrivesse tre parole in uno spazio non rigato, il codice non varrebbe più nulla
Nessuna parola né lettera, nemmeno uno iod, dev’essere scritto a memoria, senza che lo scriba abbia guardato bene l’originale.
Tra una consonante e l’altra, deve lasciare lo spazio di un capello o un filo. Tra parola e parola, la larghezza di una delle consonanti più strette. Tra un paragrafo e l’altro dev’essere lasciato lo spazio di 9 consonanti. Tra un libro ed il successivo si lascino 3 righe.
Il quinto libro di Mosè deve terminare esattamente con una riga completa.
Lo scriba deve indossare l’abito giudaico.
Non deve scrivere nessuno dei nomi di Dio con una penna appena intinta nell’inchiostro per la prima volta. L’inchiostro deve essere nero, preparato con una mistura di fuliggine, carbon dolce e miele.
Quando scrive uno dei nomi di Dio deve raccogliersi devotamente. Prima di scrivere il nome di Jahve deve fare una abluzione e se, mentre sta scrivendo il santo nome, qualcuno gli rivolgesse la parola, fosse anche un re, deve continuare a scrivere senza degnare neppure di uno sguardo l’interlocutore.

Rotolo ebraico

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