Formazione dell’Antico Testamento

Prima dell’invenzione della scrittura, gli insegnamenti sacri furono trasmessi da una generazione all’altra, attraverso la tradizione orale. Alla sera i figli ascoltano dalla bocca del padre le vicende di Abraamo, Isacco e Giacobbe, un racconto semplice fondato sulla certezza che Dio è presente nella storia ed ha un rapporto personale con l’uomo; così Abraamo diventa ”amico di Dio” ed il Signore “Dio d’Abraamo”:

“Abraamo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto come giustizia; e fu chiamato amico di Dio” (Giac. 2:23).
“Io sono il Dio di tuo padre, il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe” (Esodo 3:6).
Anticamente, i materiali per scrivere furono diversi e variarono col tempo. Nella storia della scrittura biblica si passò dalla pelle di animali al papiro, un tempo abbondante nella valle del Nilo, dal papiro alla pergamena e, molto più tardi, dalla pergamena alla carta.

Invenzione della Pergamena

Plinio (Storia XIII, II) narra che: “Il re d’Egitto, vedendo di mal occhio che la biblioteca di Eumene II re di Pergamo (197 – 158 a.C.) cresceva straordinariamente, proibì a un tratto l’esportazione del papiro. Eumene, allora, tornò alla pelle che, preparata in un modo nuovo, servì ufficialmente ai re di Pergamo, e si chiamò appunto pergamena” (Storia della Bibbia, Giovanni Luzzi).

Formazione dell’Antico Testamento

“In principio … non c’era il libro, c’era la Parola (Giov. 1:1); alle sorgenti dell’esperienza religiosa d’Israele, come della Chiesa, non sta la Bibbia, ma la rivelazione, cioè una straordinaria esperienza di comunione tra Dio ed il suo popolo” (Francesco Lambiasi, Introduzione alla Sacra Scrittura)
La formazione dell’Antico Testamento fu un cammino lungo e difficile, parallelo all’evoluzione della scrittura ed alle esperienze del popolo ebraico. La tradizione orale svolse un ruolo importante fino alla redazione del “Testo Masoretico”.
Durante il viaggio verso la terra promessa, Mosè ricevette, sul Sinai, direttamente da Dio, la legge:
“Quando il SIGNORE ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della testimonianza, tavole di pietra, scritte con il dito di Dio” (Esodo 31:18).
I primi scritti risalenti al 1450 circa a.C. furono attribuiti a Mosè. Sull’autenticità mosaica del pentateuco i pareri sono discordi. A sostegno la stessa Scrittura che indica in Mosè l’autore ispirato da Dio:
“Poi il SIGNORE disse a Mosè: scrivi queste parole; perché sul fondamento di queste parole io ho fatto un patto con te e con Israele” (Esodo 34:27).
“Mosè scrisse questa legge e la diede ai sacerdoti figli di Levi che portavano l’arca del patto del SIGNORE, e a tutti gli anziani d’Israele” (Deut. 31:9).
“Prendete questo libro della legge e mettetelo accanto all’arca del patto del SIGNORE vostro Dio; e lì rimanga come testimonianza contro di te” (Deut. 31:26).
Lo studio critico, invece, colloca la redazione del testo in data posteriore a Mosè e ne attribuisce la paternità alle quattro tradizioni orali, che sono alla base del Pentateuco: Jawista, Eloista, deuteronomista e sacerdotale. Inoltre si fanno notare i differenti stili letterari e l’uso della terza persona, compreso il racconto della morte di Mosè (Deut. 34). In conclusione, Mosè scrisse originariamente la rivelazione ricevuta dal Signore sul Sinai, ma, come vedremo più avanti, fu rielaborata dalle varie tradizione orali.
Le tradizioni orali
Dopo la conquista della terra promessa con Giosuè, il periodo dei giudici non fu tra i migliori ed il popolo trascurò la Parola di Dio e le frequenti guerre hanno, probabilmente, reso introvabili i manoscritti. In questo tempo Dio parlò al popolo attraverso uomini ripieni di Spirito Santo (Giudici o profeti). Con la monarchia, dopo l’esperienza di Saul, la nazione, sotto i re Davide e Salomone raggiunge il massimo splendore; c’è un ritorno ed una riscoperta della Legge di Dio.
La tradizione Jawista, composta verso la fine del X sec. a.C. in Giudea, sulle basi delle più antiche tradizioni orali. Javista perché chiama Dio con il tetragramma JHWH.
La tradizione Eloista, composta in Efrem, nel regno del nord, forse nel IX sec. a. C. Eloista perché chiama Dio con il nome comune di Elohim.
La tradizione Deuteronista, composta in Giuda ai tempi del re Giosia, quando, intorno al 621 a.C., durante i restauri del Tempio fu ritrovata una copia della legge. La lettura pubblica fatta al re ed al popolo, fu la scintilla per un grande risveglio ed un grande rinnovamento morale e spirituale.
Lettura suggerita: 2 Re 22:1/11, 2 Re 23:1/3, 25
La tradizione sacerdotale. Nel 586 a.C. Nabuconodosor conquistò Gerusalemme, distrusse il Tempio e gli scritti sacri e portò in cattività il popolo. Iniziata in esilio quest’opera fu ultimata al ritorno in patria, verso l’anno 444 a. C., ed è legata ai nomi di Esdra e Neemia. Dopo una difficile opera di restaurazione sociale, politica e religiosa è fatta la lettura pubblica della Legge che segna un momento di ravvedimento.
Lettura suggerita: Neehmia 8:1/12
Questo è il tempo in cui si forma la maggior parte dei libri della Bibbia. Intanto, probabilmente durante il V sec. a.C., con la fusione delle quattro tradizioni già esistenti (“jahwista”, “elohista”, “deuteronomista”, “sacerdotale”) prende forma l’attuale Pentateuco. Comincia, in questo tempo, a prendere forma il canone ebraico.
Il canone dell’Antico testamento
Per canone si intende l’insieme di tutti gli scritti che compongono la Bibbia. La parola canone deriva dal greco Kanon (canna per misurare), che significa regola, norma.
La versione dei settanta (Septuaginta) o, “canone Alessandrino”
Realizzata, tra il 250-150 a.C., da un gruppo di settantadue rabbini (sei per ogni tribù) riuniti ad Alessandria d’Egitto, nell’isola di Faro, per volere di re Tolomeo Filadelfo. Questa versione fu detta dei settanta (greco: septuaginta), o canone Alessandrino e fu la prima traduzione dell’Antico Testamento in greco volgare (koinè). Ebbe un grande successo e servì agli ebrei della diaspora ed ai primi cristiani nel mondo greco. Questa versione contiene i cosiddetti libri apocrifi (nascosti), o deuterocanonici, cioè facenti parte del secondo canone, appunto il canone greco.
Dalla septuaginta sarà tradotta la vulgata, di cui parleremo più avanti, in latino ed il Pentateuco samaritano, nel dialetto parlato dai samaritani. Il primo esemplare, risalente al X sec. d.C., fu ritrovato nel 1616 a Damasco dal viaggiatore Pietro Della Valle. L’esemplare più importante si trova nella sinagoga di Nablus, l’antica Sichem, dove è custodito gelosamente ed esposto al pubblico nel gran giorno del perdono.

Il Canone ebraico

Secondo la tradizione degli ebrei della Giudea, il canone dei libri ispirati era considerato completato al tempo di Esdra e Neemia. Da allora non sorsero in Israele profeti ispirati, è il tempo del “silenzio di Dio”. Inoltre, per gli ebrei, era impensabile che gli scritti sacri fossero redatti in una lingua che non fosse l’ebraico.
Il canone dell’Antico Testamento fu fissato definitivamente dal sinodo ebraico di Jamnia del 90 d.C. ed è lo stesso che si trova nelle Bibbie evangeliche, mentre la chiesa cattolica e la chiesa ortodossa hanno adottato la versione dei settanta.

Il testo Masoretico

Quando le vicende del popolo ebraico (diaspore, mescolanze di culture, ed altro) resero difficile, o meglio, impossibile la conservazione della tradizione orale, sorsero i masoreti (da masora, tradizione), scuola rabbinica di Tiberiade e Babilonia che svolsero un imponente lavoro durato dal 500 al 900 d.C.:
Raccolsero e misero per iscritto l’immenso materiale della masora o tradizione.
Ordinarono in un commentario le osservazioni dei loro predecessori.
Per prevenire aggiunte ed omissioni, annotarono il testo indicando a margine il numero delle parole e persino delle lettere.
Vi aggiunsero le loro annotazioni con caratteri piccolissimi, appena percettibili.
L’ebraico antico si scriveva senza vocali quindi crearono un sistema di vocalizzazioni che ne fissava in modo preciso la pronuncia.
Introdussero un sistema di punteggiatura per la divisione dei passi ed inventarono un metodo per accentare il testo ed indicare al lettore la modulazione della voce.
Si è formato in questo modo il testo masoretico che è divenuto il testo ufficiale per gli ebrei, ancora oggi. L’esemplare più celebre è il codice L, conservato a San Pietroburgo.

I libri apocrifi

Le versioni cattoliche ed ortodosse contengono una lista di libri (o parti) detti apocrifi (nascosti), o deuterocanonici, ossia del secondo canone, mentre l’elenco dei libri riconosciuti ispirati da tutta la cristianità e dagli ebrei, per l’Antico Testamento, sono detti protocanonici. Le parti apocrifi “(o deuterocanonici) furono dichiarati canonici dal concilio di Trento, nel 1546 e sono: Tobia, Giuditta, Baruc, Siracide (Ecclesiastico), La sapienza, 1° e 2° Maccabei e alcuni brani ai libri di Ester e Daniele.
Perché non accettiamo i libri apocrifi?
Gli israeliti cui “furono affidate le rivelazioni di Dio” (Rom. 3:2) non li riconoscono ispirati.
La chiesa dei primi secoli e molti padri della chiesa non li riconoscevano ispirati. Girolamo, traduttore della Vulgata, affermava che: ”la chiesa li legge per trarne esempio di vita ed istruzione, ma non li utilizza per stabilire qualche dottrina”.
Nessun passo di questi libri è citato nel Nuovo Testamento.
È strano che mentre il concilio di Trento decreta la canonicità del testo biblico, la chiesa ne proibisce la lettura al popolo ed istituisce il tribunale dell’inquisizione. Fu il concilio vaticano II, con la Dei Verbum, che abolì l’assurdo divieto ed incoraggiò i cattolici a leggere la Bibbia.
Gli stessi scrittori apocrifi hanno grosse riserve sul loro lavoro: “Se la disposizione dei fatti è riuscita scritta bene e ben composta, era quello che volevo; se invece è riuscita di poco valore e mediocre, questo solo ho potuto fare….” (2 Macc. 15:38/39).
Sostengono dottrine in contrasto col resto della Sacra Scrittura: “Poiché l’elemosina libera dalla morte e salva dall’andare tra le tenebre” (Tobia 4:10); “… Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato” (2 Macc. 12:38).
“Il giovane partì insieme con l’angelo e anche il cane li seguì e s’avviò con loro. Camminarono insieme finché li sorprese la prima sera; allora si fermarono a passare la notte sul fiume Tigri” (Tobia 6:1)

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